FABER FORMAZIONE | Approfondimenti Scientifici a carattere Divulgativo – Formativo | Medicina Narrativa e Medical Humanities – n.1
Autore: Dott. Francesco Cangioli – Neuropsicomotricista, scrittore, facilitatore in scrittura terapeutica – metodo Scarpante®.
“La scrittura di un diario,
quando diventa un rituale di trasformazione,
non solo cambia la vita, ma la espande.”
(Jen Williamson)
Sono varie e diversificate le pratiche che confluiscono nell’alveo della scrittura terapeutica, intesa come disciplina che fa della scrittura uno strumento di introspezione, autoconsapevolezza e cura di sé. Alcune di esse sono ampiamente conosciute presso tutte le società occidentali, specie a partire dalla seconda metà dell’800. In particolare, la scrittura diaristica, o journaling, costituisce l’esempio di pratica riflessiva individuale per eccellenza.
Sebbene non siano reperibili statistiche affidabili sulla sua diffusione, anche a causa della sua natura intimamente personale, è esperienza comune quella di aver tenuto un diario almeno una volta nella vita, specie in periodi di particolare fragilità, disorientamento e trasformazione.
L’associazione più immediata, nella percezione comune, è quella fra scrittura diaristica e adolescenza. La verità, però, è che persone di ogni età, sesso ed estrazione sociale si avvicinano al diario, e il perché è presto detto: come sostiene Anna Iuso (2023), scrivere un diario non soltanto sdoppia la vita, ma la raddoppia. In questo gioco di duplicazione (vita vissuta e vita narrata) e di amplificazione (la vita vissuta si espande e si arricchisce sulla pagina), l’esperienza soggettiva può essere meglio compresa, valorizzata e accolta, e si fa terreno fertile per seminare orizzonti di trasformazione e di rinnovato benessere.
Ma cos’è concretamente un diario? Quali caratteristiche lo definiscono, e in che modo può essere considerato uno strumento terapeutico?
IL DIARIO INTIMO
La parola diario deriva dall’aggettivo latino diarium, che significa “quotidiano”. Per diario s’intende una pratica di scrittura giornaliera, contraddistinta perciò dalla regolarità, fattore essenziale per configurarla come strumento di “manutenzione preventiva interiore” (Pennebaker, Smyth, 2017). Il diario ha però una “natura proteiforme” (Iuso, 2023), vale a dire estremamente mutevole, sia nella frequenza con cui viene praticato, sia in termini di forma e contenuto, cosicché si potrebbe parlare di tante diverse modalità diaristiche quanti sono gli autori di diari.
Esistono alcune caratteristiche ricorrenti, come le formule di apertura (“Caro diario”), l’ordine cronologico degli eventi narrati e la corrispondenza fra autore, narratore e protagonista delle vicende. Al contempo, il diario “segue la mutevolezza dell’io che consegna alla pagina bianca i turbamenti del suo cuore” (ibidem), e per questo sfugge a qualsiasi tentativo troppo rigido di codifica. A essere unitario, e dunque realmente distintivo della pratica diaristica, è piuttosto l’uso che se ne fa: il diario è un “atto narrativo quotidiano dell’io, del sé”, attraverso il quale l’individuo “tenta di gestire la propria interiorità, lasciando attraverso di essa una traccia, una rappresentazione grafica” (ibidem).
Del resto, quando si apre per la prima volta un diario con l’intenzione di dare voce ai propri sconvolgimenti interiori, non lo si fa certo affidandosi a un manuale, ma piuttosto lasciandosi trasportare da un bisogno profondo di autoespressione, che spinge verso l’esplorazione – e dunque la costruzione – della propria identità in divenire. Il diario si fa così specchio del diarista, e di quello specifico diarista riflette i desideri, le emozioni e i pensieri. Privare il diario di questa naturale personalizzazione, che è il risultato di un atto espressivo spontaneo, significherebbe depotenziarlo. La sua indefinibilità contenutistica e formale è, per assurdo, ciò che lo definisce.
Un aspetto fondamentale del diario intimo, alla base del suo potere terapeutico, è il fatto che la pagina rappresenta uno spazio neutrale, sottratto al giudizio di un lettore, nel quale la scrittura non è condizionata dai valori e dalle aspettative di un interlocutore reale. Chi scrive lo fa per sé, e in qualche modo lo fa in una dimensione dialogica, perché quel proverbiale “Caro diario” costituisce un interlocutore simbolico, un confidente silenzioso pronto ad accogliere ogni rivelazione con benevolenza. Può compiersi, attraverso questo dialogo interno oggettivato sulla pagina, l’atto profondamente trasformativo della confessione, che consiste nel disvelamento (in questo caso a sé stessi) di verità taciute, capace di attivare dentro di noi reazioni psico-neuro-endocrino-immunologiche sorprendenti (Pennebaker, Smyth, 2017).
Inoltre, una volta rivelati, sulla carta i pensieri trovano ordine, si organizzano in narrazioni che veicolano consapevolezze e si fanno portatrici di senso. L’importanza del senso attribuito all’esperienza viene ben spiegata da una massima di Friedrich Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come” (Nietzsche in Frankl, 2023). Il diario diviene un luogo in cui coltivare l’abitudine alla domanda, “in perpetua attesa di disvelamenti, intuizioni, risposte sul nostro conto” (Demetrio in Perotti, 2021). Un luogo d’incessante ricerca, di costante cura di sé.
IL JOURNALING STRUTTURATO
Se è vero che imbrigliare la pratica diaristica in strutture rigide significa, da un lato, ridurne il potenziale espressivo, è altrettanto vero che sperimentare diverse tipologie di diario è talvolta necessario per trovare modalità che rispondano più adeguatamente ai propri bisogni.
Il lungo lavoro di ricerca sugli effetti della scrittura espressiva, avviato da Pennebaker negli anni ‘80 e proseguito nei decenni a seguire, ha evidenziato come non tutte le scritture spontanee siano terapeutiche allo stesso modo. Per praticare una scrittura che ambisca a definirsi terapeutica nell’accezione più profonda del termine, il diarista deve tenere conto di alcuni possibili rischi impliciti nel processo scrittorio. La scrittura può talvolta sostituirsi all’azione, divenendo strumento di procrastinazione, oppure può limitarsi a un esercizio intellettuale, anziché autoriflessivo, o addirittura concretizzarsi in una lamentazione incensurata, che mantiene chi scrive in una posizione vittimistica (Pennebaker, Smyth, 2017). Ci sono dunque casi in cui lasciarsi guidare da forme più strutturate di journaling significa aggirare potenziali autosabotaggi, scoprendo nuovi modi per scrivere di sé, più efficaci nel loro intento trasformativo.
Ogni stanza dell’enorme castello che è, nel suo insieme, la scrittura terapeutica, è a ben guardare un ulteriore castello, pieno di stanze ricchissime e diverse fra loro. Sono infatti numerosi gli approcci al journaling strutturato, e ciascuno di essi meriterebbe una trattazione approfondita. In questa sede ci limiteremo a introdurre alcune fra le tipologie diaristiche più note e diffuse, per tratteggiare un affresco emblematico, sebbene incompleto, delle possibilità offerte da questa pratica.
Il METODO DEL DIARIO INTENSIVO
Un apporto fondamentale è stato dato, negli anni ‘60, da Ira Progoff, psicoterapeuta americano formatosi a stretto contatto con Carl Gustav Jung. Non sorprende che il retroterra culturale in cui affonda le radici il metodo di Progoff, che mette al centro proprio la scrittura diaristica, sia quello della psicoanalisi: dopo una prima fase di ambivalenza nel rapporto con le scritture de sé, che Sigmund Freud praticava in prima persona, ma non considerava strumenti terapeutici diretti, è stato proprio Jung a integrarle come canali preziosi per esplorare l’inconscio e favorire il processo di individuazione (realizzazione del Sé che passa attraverso l’integrazione di mente conscia e inconscia). Va sottolineato che Progoff, col Metodo del Diario Intensivo (Intensive Journal Method), ha ideato uno strumento che non si colloca elettivamente nell’ambito della psicoterapia, ma in quello dell’autoanalisi e dell’autoaiuto.
Il Diario Intensivo è un sistema strutturato che prevede esercizi di scrittura specifici, divisi in sezioni che si occupano di aspetti particolari della vita: storia personale, sogni, dialoghi con persone, con progetti e col proprio corpo, temi esistenziali e intuizioni. L’obiettivo è quello di facilitare, in maniera olistica e non lineare, una consapevolezza che passi per l’integrazione fra dimensioni diverse.
LE PAGINE DEL MATTINO
Un metodo di particolare interesse è quello delle Pagine del Mattino (Morning Pages), ideato da Julia Cameron e descritto nel libro “La via dell’artista” (1998). Si basa sul processo che nel mondo anglofono viene definito brain dump (letteralmente: scarico mentale), ossia il riversare su carta tutto ciò che affolla la mente, liberi da inibizioni e censure, per ritrovare uno stato di quiete e lucidità. Più nello specifico, Cameron raccomanda di scrivere ininterrottamente fino a riempire tre pagine consecutive, assecondando un processo di scrittura libera,in modo da sbloccare la creatività aggirando credenze limitanti e difese coscienti. Ciò deve avvenire al mattino, subito dopo il risveglio, prima di svolgere qualsiasi altra attività. Come in tutte le pratiche di journaling, la regolarità dell’esercizio è indispensabile per conseguire risultati significativi e duraturi.

IL DIARIO DELLA GRATITUDINE
Nel 1998 Martin E.P. Seligman avviò, insieme ad altri ricercatori, il processo di definizione della psicologia positiva, che si concentra sullo studio dei fattori propizi a favorire il benessere e la fioritura degli individui e delle comunità umane. Dall’incontro fra psicologia positiva e pratiche di scrittura terapeutica nasce la cosiddetta scrittura positiva, che ha lo scopo di coltivare l’ottimismo come atteggiamento esistenziale, rafforzando gli stati interni positivi capaci di migliorare la qualità di vita.
Il diario della gratitudine è uno fra i principali strumenti impiegati in quest’ambito. Consiste nell’identificazione e annotazione quotidiana (o comunque regolare, più volte a settimana) di avvenimenti, persone o cose per cui si prova gratitudine. Questa pratica di base può essere arricchita da eventuali approfondimenti, per esempio dal racconto dettagliato di uno specifico evento positivo, che integri riflessioni a proposito delle emozioni provate e delle consapevolezze raggiunte.
Diversi studi clinici, alcuni dei quali sono stati raggruppati e analizzati da Randy A. Sansone e Lori A. Sansone (2010), attestano o suggeriscono la correlazione fra gratitudine e benessere, evidenziando gli effetti positivi delle pratiche volte a coltivare tale sentimento.
Va sottolineato che la scrittura positiva non si pone in alcun modo in contrasto con le tecniche e i metodi che si concentrano sull’espressione di emozioni negative e sulla narrazione di eventi traumatici, come la scrittura espressiva, ma piuttosto va intesa come strumento complementare, in una prospettiva, ancora una volta, di integrazione e di equilibrio.
IL DIARIO DELLE EMOZIONI
Per diario delle emozioni s’intende una forma di journaling strutturato con un focus particolare sulle emozioni, finalizzato alla loro identificazione, espressione ed esplorazione, così da accrescere la consapevolezza emotiva. Lo sdoppiamento cognitivo e la distanza critica indotti dalla scrittura favoriscono una più chiara comprensione degli stati interni e degli schemi ricorrenti alla base dei propri comportamenti reattivi. La denominazione delle emozioni, che vengono integrate coi pensieri che le hanno suscitate, accompagnate e seguite, facilita l’autoempatia e contribuisce a migliorare la regolazione emotiva, con una conseguente riduzione dei livelli di stress.
Non parliamo, quindi, di un diario che si fa contenitore di sfoghi emotivi col solo scopo della catarsi, ma di uno strumento utile per individuare connessioni fra situazioni specifiche, significati attribuiti a tali situazioni, pensieri ed emozioni contestuali.
Non esiste un solo modo per tenere un diario emotivo: è possibile spaziare da modalità più libere, che eleggono le emozioni a oggetto principe d’interesse, ma assecondano più apertamente il flusso espressivo spontaneo del diarista, a modalità fortemente strutturate, che si fondano sulla risposta a domande stimolo precise. L’efficacia del diario delle emozioni è provata ancora una volta dagli studi svolti sugli effetti della scrittura espressiva: il cuore della ricerca di Pennebaker è infatti la emotional disclosure, cioè l’atto di rivelare emozioni e pensieri inespressi.
IL DIARIO CREATIVO
La scrittura terapeutica fonda parte della propria ragion d’essere sulla capacità di soddisfare la cosiddetta pulsione autoespressiva (Pennebaker, Smyth, 2017), cioè l’intrinseco bisogno umano di esprimere il Sé, di manifestare la propria singolarità creativa. Ciò accomuna la writing therapy alle altre artiterapie, e i diversi canali espressivi possono lavorare in sinergia, integrandosi l’un l’altro, per favorire l’accesso a livelli più profondi del proprio vissuto. Tale principio è alla base di una particolare forma di journaling, che prende il nome di diario creativo e prevede l’integrazione fra scrittura, disegno, collage, pittura e fotografia. Sebbene questa forma diaristica sia la naturale conseguenza del confluire di approcci diversi, e venga talvolta praticata in maniera del tutto spontanea, la sua attuale diffusione va ricondotta soprattutto al mondo del creative journaling americano. In particolare Kathleen Adams, che nel 1985 ha fondato, in Colorado, il Center for Journal Therapy, si è fatta promotrice di una vasta gamma ti tecniche diaristiche, tra le quali rientra a pieno titolo anche l’impiego di media diversi dalla scrittura, in dialogo con quest’ultima per consentire una più approfondita ed efficace espressione e comprensione di sé (Adams, 2009).

I DIARI DI SVILUPPO PERSONALE
Sotto l’ombrello dei diari di sviluppo personale ricadono tutte le forme di journaling orientate verso l’azione e il cambiamento positivo. Il loro intento principale è quello di supportare la definizione di obiettivi e di strategie ottimali per raggiungerli, attraverso una pianificazione attenta e una riflessione consapevole passo per passo. Questo tipo di diario può prevedere l’impiego di scritture del futuro, volte cioè a esplorare, attraverso una proiezione immaginativa, il sé futuro che ha già raggiunto i traguardi desiderati. Ciò è efficace nel rafforzare la motivazione, coltivare un atteggiamento positivo e chiarire più dettagliatamente gli obiettivi in gioco.
Alla categoria dei diari di sviluppo personale possiamo ascrivere anche il Bullet Journal (BuJo), strumento ideato dal designer Ryder Carroll (2020) per gestire, tramite un sistema di organizzazione scritta, il proprio disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Il BuJo è divenuto rapidamente popolare e molto diffuso, grazie a caratteristiche di flessibilità e personalizzazione che lo rendono facilmente utilizzabile. Uno dei principi su cui si basa è il cosiddetto rapid logging (letteralmente: registrazione rapida), cioè l’impiego di frasi concise e di simboli specifici (bullets, cioè chiavi) per registrare compiti, eventi, note e obiettivi in modo rapido ed efficiente, facilitando la chiarezza mentale e scongiurando il rischio di una dispersione dell’attenzione e delle energie.
IL JOURNALING STRUTTURATO E LA JOURNAL THERAPY
È opportuno, a questo punto, operare una precisazione terminologica che chiarisca la differenza tra journaling strutturato e journal therapy.
La prima definizione, come già ampiamente illustrato, si riferisce a tutti gli approcci al journaling che prevedono una strutturazione più specifica rispetto al diario intimo tradizionale, fondato sulla scrittura spontanea e su una dinamica espressiva completamente libera.
Il termine journal therapy indica invece, più specificamente, l’impiego del journaling con finalità autoeducative, trasformative e terapeutiche.
La journal therapy può essere proposta sia come strumento di autoaiuto, benessere e sviluppo personale da facilitatori opportunamente formati, sia come dispositivo clinico nell’ambito della psicoterapia e delle medical humanities.
Infine, per completezza, è importante precisare che l’espressione “Journal Therapy” designa anche lo specifico metodo di scrittura terapeutica ideato da Kathleen Adams.
ESEMPI DI JOURNALING NEI CONTESTI SANITARI
L’impiego del journaling nei contesti sanitari è inquadrabile nella cornice delle Medical Humanities, dunque nel processo di crescente integrazione fra medicina e interventi fondati sulle discipline umanistiche, con lo scopo di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Anche in questo caso ci limiteremo a portare alcuni esempi emblematici, che non esauriscono il ventaglio delle possibilità esistenti, ma danno un’idea del ruolo che la scrittura può avere nei percorsi di cura.
Uno strumento relativamente recente, ma sempre più diffuso, è quello dei diari di terapia intensiva (Intensive Care Unity Diaries). Si tratta di quaderni nei quali il personale sanitario e/o i familiari scrivono note quotidiane relative a quanto accade al paziente durante il ricovero in terapia intensiva. L’obiettivo perseguito è quello di costruire una narrativa coerente di un periodo spesso caratterizzato da uno stato di incoscienza, o comunque da stati alterati di coscienza, e dunque da amnesie, deliri o ricordi frammentati. Al momento delle dimissioni, il diario consegna al paziente una testimonianza concreta di un vissuto che gli appartiene, ma che spesso non è in grado di ricordare. Questo gli permette di integrare ed elaborare più facilmente l’esperienza della malattia, colmando un vuoto che altrimenti potrebbe predisporlo a condizioni di sofferenza emotiva. Sebbene occorrano ulteriori studi per verificare più approfonditamente gli effetti dei diari di terapia intensiva, una meta-analisi condotta da McIlroy e collaboratori nel 2019 ha rivelato, prendendo in considerazione 8 studi, una riduzione dell’ansia e della depressione e un miglioramento della qualità di vita correlata alla salute. È inoltre emerso un minor rischio per disturbo da stress post-traumatico tra i familiari dei pazienti.
Un altro esempio interessante riguarda l’impiego del journaling come strumento di automonitoraggio e di autoaiuto nel contesto delle malattie croniche. In questo caso il diario può avere una doppia valenza: da un lato rappresenta un sistema di annotazione delle condizioni fisiche, che permette di tenere traccia dei sintomi, di metterli in relazione con le abitudini di vita e di comunicare più efficacemente col personale sanitario; inoltre costituisce uno strumento di espressione emotiva, di catarsi e di autoanalisi, che partecipa a migliorare il benessere percepito e accresce il senso di controllo e di autoefficacia, ponendo l’individuo al centro del proprio processo di cura. Uno studio pionieristico, condotto nel 1999 da Smyth e collaboratori, ha evidenziato cambiamenti clinicamente rilevanti nello stato di salute di soggetti con artrite reumatoide o asma che avevano praticato la scrittura espressiva, gettando le basi per una lunga serie di ricerche e meta-analisi successive.
Infine, l’esercizio della scrittura espressiva, che può essere sistematizzato attraverso una pratica di journaling, è di particolare interesse per le neomadri nel periodo del post-partum, specie in presenza di disagio psicologico. Una meta-analisi condotta da Lim e collaboratori (2025) ha riscontrato che la scrittura espressiva è efficace nel ridurre la depressione e lo stress dopo il parto.

IL JOURNALING NEI CONTESTI EDUCATIVI
Che la scrittura libera migliori la scrittura imposta è un fatto ormai assodato. Questo è già, in sé, un buon motivo per considerare il freewriting un valido strumento educativo. Tuttavia, gli effetti della scrittura espressiva, e dunque le indicazioni alla loro applicazione, si spingono oltre.
Lo stesso Pennebaker, professore emerito di psicologia all’Università del Texas, propone attivamente sessioni di scrittura ai propri studenti, con l’obiettivo di coinvolgerli come parte attiva del processo di apprendimento. Ciò determina un crollo delle assenze e un miglioramento delle prestazioni generali, poiché favorisce un’elaborazione e un’integrazione più emotivamente significative delle conoscenze acquisite. La cosiddetta tecnica della scrittura in classe, diffusasi in contesti scolastici diversi, tende a determinare “progressi contenuti, ma certi, nei voti degli studenti e in altri indicatori accademici” (Pennebaker, Smyth, 2017). Ancora Pennebaker riferisce di una meta-analisi condotta da Gersten e Baker, la quale “ha dimostrato come l’insegnamento di questa tecnica espressiva migliora la capacità di scrittura, l’autodeterminazione e il pensiero creativo degli studenti con difficoltà di apprendimento” (ibidem).
È noto anche che l’esercizio della scrittura espressiva determina miglioramenti significativi a livello delle abilità di problem solving e della memoria di lavoro, funzione esecutiva di particolare rilievo nell’ambito dell’acquisizione e processazione di nuove informazioni. Non sorprende, dunque, l’impatto positivo dei programmi di scrittura libera proposti ai bambini della scuola primaria. Donald Graves, della University of New Hampshire, ha riscontrato che i soggetti a cui si chiede di scrivere liberamente a proposito delle proprie esperienze personali imparano a leggere più velocemente e mostrano risultati migliori nelle prove verbali (ibidem).
Venendo alla scrittura diaristica vera e propria, Jennifer Moon, figura di spicco nell’ambito dell’apprendimento riflessivo ed esperienziale, mette al centro il journaling come strumento fondamentale per implementare le abilità metacognitive, evidenziandone la capacità di catalizzare l’organizzazione del pensiero, favorire la presa di coscienza delle lacune nella comprensione, consentire il monitoraggio del proprio processo di apprendimento e la costruzione di significati personali (2012).

L’approccio di Moon è tutt’altro che un caso isolato. Sono numerosi gli esempi relativi all’impiego del journaling nei contesti scolastici, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Questo perché la sempre più chiara comprensione delle correlazioni esistenti fra stati emotivi, aspetti motivazionali e processi di apprendimento rende manifesta la necessità di integrare nuovi strumenti in un approccio all’educazione che sappia abbracciare l’individuo nella sua complessità.
CONCLUSIONI
Il journaling non deve essere imposto, ma proposto. Non è una panacea valida per tutti, e il desiderio intrinseco a chi scrive, o quantomeno la curiosità e l’apertura verso l’esplorazione, sono indispensabili per attivare processi realmente trasformativi. Ma se tali condizioni esistono, allora il diario può rivelarsi un alleato potente, uno specchio intelligente in cui proiettare riflessi inediti, un luogo in cui praticare un’attenzione verso la propria storia che è già cura di sé.
📚 Bibliografia
- Adams K. (1990), Journal to the Self: 22 Paths to Personal Growth, Grand Central Publishing.
- Cameron J. (1998), La via dell’artista. Come ascoltare e far crescere l’artista che è in noi, Longanesi.
- Carroll R. (2020), Il metodo Bullet Journal. Tieni traccia del passato, ordina il presente e progetta il futuro, Mondadori.
- Frankl V.E. (2023), Uno psicologo nei lager e altri scritti, Franco Angeli.
- Iuso A. (2023), Per un’antropologia delle scritture del sé, Carocci editore.
- Lim X., Ang M.Q., Foo A., Chng K.K.Y., Koh S.S.L. (2025), Effectiveness of expressive writing therapy for postpartum women with psychological distress: Meta-analysis and narrative review. Int J Gynaecol Obstet. 169(2): 485-497.
- McIlroy P.A., King R.S., Garrouste-Orgeas M., Tabah A., Ramanan M. (2019), The Effect of ICU Diaries on Psychological Outcomes and Quality of Life of Survivors of Critical Illness and Their Relatives: A Systematic Review and Meta-Analysis, Crit Care Med. 47(2): 273-279.
- Moon J. (2012), Esperienza, riflessione, apprendimento. Manuale per una formazione innovativa, Carocci editore.
- Pennebaker J.W., Smyth J.M. (2017), Il potere della scrittura, Tecniche Nuove.
- Perotti A. (2021), Scrivere per guarire, Editrice Bibliografica.
- Progoff I. (2000), Curarsi con il diario, Pratiche editrice.
- Sansone R.A., Sansone L.A. (2010), Gratitude and well being: the benefits of appreciation, Psychiatry (Edgmont). 7(11): 18-22.
- Smyth J.M., Stone A.A., Hurewitz A., Kaell A. (1999), Effects of writing about stressful experiences on symptom reduction in patients with asthma or rheumatoid arthritis: a randomized trial, JAMA. 281(14): 1304-9.